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BLUES ORIGINS #1

Ciao a tutti e benvenuti in questa nuova rubrica dedicata alle origini del Blues e all’importanza che questo fenomeno culturale ha avuto nel processo di sviluppo sociale afroamericano.

Ho scelto di trattare questo argomento in quanto, da appassionato e studente di musica, ritengo che nessun altro genere musicale e poetico abbia saputo quanto il Blues raccontare con tanta esattezza sentimenti e speranze di un popolo, mettendone a fuoco tradizioni, culture, processi adattativi ed evolutivi, formandone la psicologia collettiva e interpretandone le ansie di cambiamento.

In questo senso, intendo il Blues non soltanto come genere musicale, ma in quanto idea, materia e visione poetica, frutto di un travagliato e doloroso processo di adattamento degli schiavi africani ad una nuova terra, portatore di tracce indelebili della cultura africana, dei suoi riti e delle sue pratiche sociali e religiose. Con il termine adattamento molti studiosi, tra cui lo storico della musica Vincenzo Martorella, intendono anche un tentativo di riflessione da parte degli Afroamericani sulla propria condizione, sul proprio ruolo nella società. Un tentativo di sopravvivenza alla discriminazione, alla violenza e alla segregazione.

LE ORIGINI – AFRICA NERA

Il Blues ha, senza ombra di dubbio, radici e matrici africane. Le tracce del patrimonio culturale che gli schiavi hanno portato con sé nel Nuovo Mondo vanno infatti ricercate nella regione subsahariana: la cosiddetta Africa Nera. Gli elementi di tale patrimonio che tuttora sopravvivono nella musica afroamericana e che più facilmente si possono individuare sono:

  • L’utilizzo del call and response, ovvero la dialettica tra solista e coro o tra voce e strumento;
  • L’inclinazione all’esecuzione estemporanea;
  • La complessità ritmica, fatta di accentazioni imprevedibili e di schemi spesso asimmetrici;
  • L’uso estensivo di riffs (celle melodiche con valenza ritmica);
  • L’uso di intonazioni basate su semitoni o quarti di tono;

LE ORIGINI – SENEGAMBIA BLUES: GRIOT e XALAMKAT

In America la figura del bluesman o street singer, ovvero di quel musicista itinerante che circola per le strade delle piccole città, inizia a comparire nel periodo successivo alla Guerra Civile.

La fine della schiavitù ebbe infatti un significativo ed imprevisto effetto collaterale: una massa di circa quattro milioni di persone, improvvisamente libere, si scontrò con immediati problemi di sopravvivenza e di lavoro. In questo contesto, chi era in grado di suonare uno strumento ebbe una possibilità in più di inserirsi nella società. Viste le non quantificabili dimensioni del fenomeno degli street singers, gli etnomusicologi hanno ipotizzato che la figura del bluesman possa essere riconducibile alla tradizione africana del cantastorie ambulante, tenuta segretamente in vita durante la schiavitù.

  • La prima ipotesi associa il bluesman al griot, un personaggio caratteristico delle culture del Senegal e del Gambia. Il griot è l’equivalente africano del bardo celtico: un cantore che tramanda oralmente le storie del proprio popolo; un musicista itinerante che improvvisa versi sui temi più vari accompagnandosi con uno strumento a corde, la kora (vedi immagine sopra).
  • La seconda ipotesi, più recente, associa il bluesman allo xalamkat, ovvero il suonatore di xalam, strumento a corde considerato un possibile antenato del banjo americano. Essi non sono musicisti di professione ma svolgono altri lavori nei settori più svariati, dall’agricoltura alla pastorizia, all’artigianato. Appartengono dunque ad una classe sociale modesta, priva di riconoscimenti formali (come la sepoltura) e sono in grado di accompagnare con la musica qualsiasi attività o rituale.
Suonatore di Xalam

Michael Coolen, importante etnomusicologo, afferma:

«è possibile fare un parallelo fra lo stile di vita degli xalamkat professionisti e quello dei songsters e bluesmen […] Sia gli uni che gli altri affermano con orgoglio di essere intrattenitori completi […] di fornire la musica giusta in ogni circostanza. […] La musica degli xalamkat, il fodet, usa una forma ciclica […] Il testo delle canzoni ha una forma identica, o molto simile a quella del blues»

Con queste parole vi saluto e vi do appuntamento alla prossima settimana: parleremo di origini del Blues «tra sacro e profano»!

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