Musical Disclosure — Episodio 42: Jethro Tull

Introduzione

Chiudiamo la settimana dedicata ai Jethro Tull con l’ultimo tratto della loro storia, dagli anni Novanta a oggi. È un periodo meno frequentato dalle classifiche, ma rivela con chiarezza la qualità che ha tenuto in vita la band per quasi sessant’anni: la curiosità di Ian Anderson, sempre pronto a cercare nuovi territori senza rinnegare il proprio linguaggio.

Jethro Tull — dagli anni Novanta alla rinascita recente

Archiviata la stagione dei sintetizzatori, all’inizio degli anni Novanta la band torna a un suono più organico. “Catfish Rising” (1991) punta su blues, hard rock e su un approccio più diretto e meno concettuale. Il disco segna anche l’arrivo del tastierista Andrew Giddings, che sarà una presenza stabile per tutto il decennio. L’accoglienza della critica è tiepida, ma l’album va bene in diversi mercati europei, dalla Norvegia alla Svizzera.

Ben più ambizioso è “Roots to Branches” (1995). Ispirato da un viaggio di Anderson in India, il disco intreccia il rock progressivo e il folk dei Tull con influenze jazz, arabe e indiane: c’è chi l’ha definito una sorta di “Songs from the Wood” indiano. Lo stesso Anderson lo immaginava come una versione anni Novanta di “Stand Up”, con tanto spazio per flauto e chitarra. Non è un ascolto immediato: le strutture sono complesse e le melodie si rivelano poco alla volta. Ma resta uno dei lavori più interessanti della produzione tarda del gruppo, insieme al successivo “J-Tull Dot Com” (1999).

Anderson solista e una lunga pausa

Con il nuovo millennio l’attività in studio della band rallenta fino a fermarsi: dopo “The Jethro Tull Christmas Album” (2003) passano quasi vent’anni senza un nuovo disco di inediti a nome Jethro Tull, e nel 2011 la formazione storica si scioglie, ponendo fine anche al lungo sodalizio con Martin Barre. Anderson, però, non si ferma. La sua carriera solista, cominciata nel 1983, prosegue con dischi come “Divinities: Twelve Dances with God” (1995), che esplora il dialogo tra flauto e orchestra, e “Thick as a Brick 2” (2012), seguito ideale del capolavoro del 1972. Da segnalare anche “Ian Anderson Plays the Orchestral Jethro Tull” (2005), in cui il repertorio della band viene riletto con un’orchestra sinfonica: un modo per scoprire quanto quella scrittura fosse vicina, già in origine, al linguaggio classico.

La rinascita

Nel 2017, in occasione dei cinquant’anni dalla fondazione, Anderson riprende il nome Jethro Tull con una nuova formazione. E a sorpresa arriva una nuova stagione discografica, tra le più prolifiche dagli anni Settanta: “The Zealot Gene” (2022), poi “RökFlöte” (2023), dedicato alla mitologia norrena e costruito, almeno nell’idea iniziale, attorno al flauto, e infine “Curious Ruminant” (2025). Tre album in quattro anni: un ritmo che Anderson, ormai vicino agli ottant’anni, non teneva da quasi mezzo secolo.

La storia dei Jethro Tull è quella di una band che non ha mai smesso di cambiare: dal blues al prog, dal folk all’elettronica, fino all’hard rock e alle suggestioni orientali. Il filo conduttore è sempre il flauto di Anderson, che nel rock ha conquistato uno spazio che prima non aveva.

Ascolta

A conclusione della settimana vi proponiamo “Rare and Precious Chain”, da “Roots to Branches”, un brano che porta bene i segni delle influenze orientali di quel disco. Buon ascolto!

Fonti

– Catfish Rising — Wikipedia (EN)

– Roots to Branches — Wikipedia (EN)

– RökFlöte — Wikipedia (EN)

– Ian Anderson — Wikipedia (EN)

– Curious Ruminant — sito ufficiale Jethro Tull


Musical Disclosure è la rubrica di BLOM Community dedicata alla scoperta della musica, a cura di PERFORM School of music®.

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